Agostino Di Bartolomei nel giro di campo a scudetto vinto



Intervista al Capitano giallorosso dopo la vittoria del secondo scudetto della Roma

Nella Roma delle miserie e della paura, il suo calcio nitido ed essenziale, da aula universitaria, sembrava sprecato. Persino provocatorio, tra nugoli di brocchi e onesti lavoratori. Aveva vent’anni, il professorino. La sfumatura alta, parlava poco, anzi pochissimo e, soprattutto, non portava la valigia a nessuno. In quella Roma c’erano padrini e mezze figure. Falsi miti ed eroi stanchi appagavano il tifoso deluso, ormai col fegato grosso. “Mandiamolo un po’ a farsi le ossa, chi sarà mai ‘sto ragazzino?”. La sua presenza diventava fastidiosa, ingombrante. Così la Roma, quell’anno, lo regalò al Vicenza, che se la spassava in serie B. Eppure Agostino Di Bartolomei aveva già pilotato la Primavera verso grandi traguardi, ricamando in quella squadretta calcio di ben altra categoria. Ma la Roma arruffona, senza slanci e appetiti, non aveva bisogno di lui.


Oggi, rivedendolo capitano della Roma campione, nel trionfo del calcio e di una giustizia che esiste anche nel pallone, quei giorni sembrano lontanissimi. Chi se non lui, simbolo di questa svolta storica? Aveva dieci anni quando faceva im­pallidire la madre, frantumando vetri e lampadari. Dopo la lezione pomeridiana sul campetto dell’OMI, si appartava per accanirsi cotro il muretto. Destro, sinistro, collo pieno, esterno, di piatto, come il manuale insegnava. Poi arrivava il custode e finalmente lo cacciava.
Quando Agostino tornava a casa, riprendeva a calciare, mettendo in pericolo la pace familiare e tutto il resto. Finché arrivò il grande giorno. Camillo Anastasi, che si vantava di scoprire talenti, lo portò al Tre Fontane. Tutto allora, parve inevitabile, persino scontato. "Non ho mai avuto dubbi, sapevo che avrei sfondato. Sono di natura vincente, un perfezionista nato. Mai pago, mai sazio, continuamente in polemica con me stesso. Da ragazzo sognavo di giocare in uno stadio famoso, stracolmo di gente. Ho esordito a San Siro, contro l'Inter. Subito accontentato. Ho sempre sognato di portare a Roma lo scudetto. Mi sarebbe piaciuto vincerlo, comunque, con qualsiasi squadra. Ma sapevo che vincerlo a Roma sarebbe stato diverso. Eccomi qui, capitano della Roma, che dopo 41 anni è Campione d'Italia. Pochi però immaginano quanto abbia sofferto, per migliorarmi, per evitare compromessi odiosi e umilianti, a quante cose abbia rinunciato, pur di rimanere coerente. Mi sono arreso solo su un punto: calcisticamente non sono un fulmine, anzi sono lento. Beh, se sapeste quello che ho fatto, per anni mi sono applicato con ostinazione. Ma alla fine ho capito che veloci si nasce, non si diventa".


Centrocampista col dono del gol, nell’anno di grazia dello scudetto, si è trasformato nel libero più raffinato che sia capace di proporre il campionato. Solo Liedholm poteva concedersi questa licenza. "Ho avuto anche Herrera e Scopigno, ma solo con lui mi sono sentito a mio agio. Con un altro ormai non sarebbe possibìle. Sono stato sempre un giocatore discusso, per motivi tecnici e per altri, diciamo, di carattere umano. Tutti i giocatori un po’ tecnici, come me, hanno vita dura, soprattutto se il fattore agonistico viene privilegiato. Sono probabilmente un giocatore un po' freddo, da laboratorio. Lo sono nelle apparenze e magari anche nella sostanza, poiché dentro, invece, soffro e lotto quanto gli altri. Poi c’è il mio carattere, il mio modo di concepire la vita. In questa professio­ne è difficile avere amicizie, mi sono sempre preoccupato di creare un rapporto leale, onesto con i compagni. Non ho mai vissuto di ripicche, di gelosie, di invidie. Dicevano che non digerivo Falcao, ma può mai succedere tra due che amano il calcio, che giocano al calcio in un certo modo? Fuori dal campo il discorso è diverso, ognuno coltiva i propri interessi, ha la sua vita. Ma nel lavoro, in campo, la domenica, è giusto sentirsi fratelli, ùniti da un grande traguardo. Ecco, credo che Falcao la pensi come me, siamo di natura vincente. Per questo non sarò mai troppo grato a Liedholm, a Viola che ha trasformato la Roma dei ricordi amari, delle miserie, in questa da scudetto. Viola ha applicato alla società i suoi modelli di vita, che gli hanno consentito di centrare sempre certi obiettivi. Ma l'artefice di tutto è Liedholm. Ha creato nuovi rapporti umani, ha dato un’anima nobile a questa squadra, ha indicato una nuova frontiera tecnico-tattica. Tutti abbiamo dei meriti per questo scudetto, ma solo Liedholm poteva compiere questa grande rivoluzione. Ha incominciato con la ragnatela, che faceva storcere il naso. Poi è passato a concezioni più evolute, ha imposto la zona, ha fatto maturare i più giovani, ha trovato per tutti il posto giusto. lo ho capito, anzi ho avuto la certezza, che la Roma avrebbe vinto il campionato quando intuii che Viola avrebbe concesso a Liedholm il tempo per fare questa grande rivoluzione. Non so quanto potrà durare questa Roma grande, grandissima. Ma so che quella Roma che ingannava la gente, che viveva di espedienti e rinunce, quella Roma che mi accolse con grande freddezza, non tornerà più". E per il capitano, che in questa Roma ha sofferto per anni, è arrivato finalmente il giorno della grande rivincita.


Ultima modifica di questa pagina: 02/01/2016

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