LA VENTICINQUESIMA ORA

"Seduto sulla ringhiera davanti all'East River, Monty Brogan sta osservando il panorama con attenzione. È il suo posto preferito della città e, prima che lo trascinino nella prigione federale di Otisville, questo vuole vedere per un'ultima volta: il fiume verde, i ponti d'acciaio, i rimorchiatori rossi, il faro di pietra, le ciminiere del Queens, il Triborough Bridge a nord, il ponte della Cinquantanovesima a sud, gli alberi di gingko, i vecchi che, seduti sulle panchine del parco che costeggia il fiume, leggono il Post e gettano briciole di pane agli uccelli, le donne di colore che spingono passeggini di plastica con dentro bambini bianchi, i massi irregolari sparsi lungo il parco pieni di graffiti degli "Avventurieri del crepuscolo", di "Smith il giusto", di "Miko+Liz".
Monty ha una faccia da simpatico farabutto, la faccia di chi non può fare un lavoro normale. Con la sua Corvette, caricata a dovere di "roba" dagli uomini di Uncle Blue, Monty, infatti, scorazza per New York ed è diventato popolare come una star nelle scuole bene di Manhattan, negli infimi locali dei gangster russi di Downtown, negli attici lussuosi dei brokers e degli attori pieni di grana.
Ora, però, ha chiuso per sempre. Entro 24 ore salirà sul bus per Otisville e domani mattina cederà il suo nome in cambio di un numero… 24 ore soltanto, una sola misera notte da passare ancora coi suoi amici: Frank Slattery, un tipo svitato che lavora a Wall Street e sa tutto di tasso d'inflazione, rilevazioni statistiche, condizioni meteorologiche e oscillazioni di mercato; e Jakob Elinsky, un insegnante di inglese che passa il tempo a fantasticare sulle sue giovani allieve.
Un'ultima notte per fare casino, un'ultima notte di libertà, a meno che da Uncle Blue…
La venticinquesima ora ci svela il lato oscuro della New York di oggi, tra i club privati di Downtown e i freddi locali di Wall Street, dove si aggirano non soltanto brokers e uomini d'affari, ma gangster senza scrupoli e giovani senza illusioni .

Un ritratto malinconico, un film forte, un’interpretazione straordinaria: quella di Edward Norton nei panni di Monty Brogan, un pusher di origine irlandese arrivato al giorno della resa dei conti in una New York ferita, livida, vera anima del film accanto al rimorso tardivo nello sguardo del protagonista.

Sicuramente un omaggio a New York da parte di Spike Lee, omaggio che inizia con i due fasci di luce a riempire il vuoto delle Twin Towers nei titoli di testa, e prosegue con le immagini delle ruspe incessantemente al lavoro a Ground Zero, con i rumori della città e con, alle pareti di un pub irlandese, i volti dei vigili del fuoco morti l’11 settembre; con la gente di New York colpita dal dolore e dalla paura, per raggiungere il suo momento più alto - anche se probabilmente meno lirico rispetto al tono generale del film - nell’invettiva allo specchio di Monty (che ricorda quella in “Do the Right Thing”) che maledice New York e i newyorkesi, i coreani, gli italiani, gli arabi, i fratelli neri, i bastardi irlandesi, tassisti indiani, tifosi degli Yankees, tutti quanti, per poi trovarsi da solo di fronte a se stesso, finalmente consapevole, finalmente responsabile. Sì, perché Monty è uno che ha fatto delle scelte sbagliate, ed è arrivato il momento di assumersene le responsabilità.

Da questo non si scappa nel cinema di Spike Lee: scelte e conseguenze, caduta e redenzione, errori e punizioni, qui nella veste di una crime story, ma solo in apparenza. “La venticinquesima ora” è un film, per certi aspetti, più personale di altri del regista newyorkese, molto più teso, tutto concentrato su un personaggio e sui suoi movimenti e i suoi pensieri nel corso di una giornata. Forse l’ultima. E’ fondamentalmente la storia di un uomo che sembra essere arrivato alla fine ma per lui, dopo queste ventiquattrore newyorkesi che sembrano precipitare verso l’inevitabile, rimane una possibilità, una venticinquesima ora che cambia la vita, che è la vita.

Intorno a lui, ognuno con un carattere ben definito per quanto defilato rispetto all’attenzione che ruota insistentemente intorno alle sorti del protagonista, la donna amata (la bellissima Rosario Dawson), due amici d’infanzia che sono lì a rappresentare scelte diverse (i bravissimi Barry Pepper e Philip Seymour Hoffman), un padre (Brian Cox, semplice ed emozionante) che da solo rappresenta tutto: la vita di Monty, la mancanza della madre, il dolore di New York, il peso di una scelta, la solitudine, tutti temi forti, che pervadono il film in ogni suo fotogramma.

 

Tratto dall'omonimo libro di David Benioff

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